QUI IL GUARDARE È UN VEDERE
RECENSIONE DI ‘DI LAME E DI LATTE’ DI STEFANO RAIMONDI
Milano 2022
È sotto una mano sicura che la raccolta di Elisa Barbieri comincia la sua avventura.
Nella prima poesia dal titolo "Daimon scatenato", l'autrice dichiara immediatamente il suo rapporto fisico, immaginativo e reale con la vocazione della scrittura, con il suo portarsi/spostarsi dentro le parole.
L'intero progetto scritturale di Elisa Barbieri è impostato verso un’attenta e concreta ricerca dell’andare poetando, inteso come un tentativo umano di trovare ospitalità all'interno di una dettatura, nella quale le parole, vanno a depositarsi come segni di esposizione esistenziale e non solo artistica.
Il percorso di questa scrittura si convalida e si sostanzia attraverso un vero e proprio cammino teorico che coinvolge l’aspetto autobiografico dell’intendersi e del comprendersi. Anche da un punto di vista speculativo la sua indagine perlustra il senso della poesia come il "fare" concreto di un interpretare il suo modo di stare al mondo.
La traccia scritturale dunque diventa qui postura, diventa qui testimonianza di un passaggio/paesaggio nell’universo delle cose, del reale ma anche, dell'immaginazione e del sogno.
Nelle sue poesie il Tu è sempre aperto a un dialogo potente, spasmodico e annunciativo. Infatti essa procede sempre nello scavo, nella trivellazione di una domanda che porta alla luce non una risposta, ma un'attesa, un silenzio, un dubbio che sapranno, insieme, condurla oltre il mero apparire del tutto.
Ci troviamo spettatori anche di un continuo perlustrare la memoria, gli affetti, le relazioni, in quanto saranno queste prospettive di indagine a diventare, per Elisa Barbieri, i luoghi dove depositare il decanto delle parole che da sempre ha saputo distillare.
La sua è una scrittura paziente, che sa porre in evidenza le alchimie dei desideri, le epifanie delle eredità, dando loro lo spazio necessario perché possano esprimersi nell’autenticità di un sentire sempre portato in attenzione. Allora il reale che la circonda diventa nei suoi testi un pre-testo per dire altro, per segnalare un mondo in grado di sfogarsi proprio laddove, la paura l’attanaglia e nello stesso tempo, la porta ad esporsi in ciò che più di esso ne riconosce la valenza.
Qui il guardare è un vedere.
Qui il sentire è un patire.
Nulla avviene senza che la contaminazione del pensiero, diventi indizio e indagine.
È una profonda auscultazione il suo dettato scrittorio.
Esso non si placa solo nel prendere e nel raccogliere dei dati dalla realtà, ma continua a perdurare nella domanda mediante un indagare profondo nel quale, le parole, diventano gesti, ordini, imperativi.
In questa poesia l'autenticità è davvero un occhio che viene visto, un taglio che viene procurato, un dolore che viene sentito.
E come in tutte le poesie il sotto testo velato, colmo di silenzio e di spazio germinativo, conduce ogni lettore verso un orizzonte d’attesa che si appresta, per risonanza, d’incontrare.
Già dal titolo possiamo intravedere due parole/termini che hanno un senso figurale opposto. Due parole/caratteri che si combattono, che si pongono all'estremo di una espressività di senso che riverbera e avverte. Lame e latte: entrambi foneticamente vicine, identificano lo spazio estremo che le attraversa e che, insieme, le distanzia.
Si potrebbe traslarle in violenza e cura, paura e consolazione, disgiunzione e affetto.
Ma è qui il potere del dettato poetico: trovare nell'evidenza il lato nascosto di ogni cosa, ritrovando nel contempo, un'intimità comune che le sostiene, che le rimanda - come un riflesso da uno specchio all’altro - in una proiezione infinita e per questo irraggiungibile.
La sua scrittura, inoltre, si fa anche carico delle spaziature e dei vuoti che servono per separarla per un attimo, dal mondo: quello caotico, quello veloce, quello distratto, che irrefutabilmente la circonda e la minaccia.
Ma questa interdizione è un vuoto che sa di silenzio, in grado di capovolgere ciò che fa male in ciò che fa bene e, in questo tentativo di riscatto, la poesia diventerà un incamminamento, una viandanza.
In questa raccolta l'autrice si mette in ascolto, innanzitutto di sé e poi del mondo, imbastendo con il reale un dialogo serrato, ma anche una domanda, una perpetua interrogazione.
Ma nulla di tutto questo è confessione. Nessun elemento estetizzante o sentimentale percorre queste dichiarazioni del vero.
Qui ci troviamo di fronte ad un ascolto più che ad un parlare/riferire.
Di lame e di latte è la seconda raccolta di Elisa Barbieri.
Da qui, da questo tentativo umano di dirsi, si trovano parole che già hanno un forte ancoramento e sarà proprio attraverso questo punto, che il tragitto diventerà ancora più ampio, che gli incontri con le parole diventeranno ancora più intensi.
Ogni scrittura è un viaggio e la parola di poesia ama viaggiare con chi osa superare sempre le proprie colonne d'Ercole.
DOLORE E DEVOZIONE NEL MISTERO DELLA VITA
RECENSIONE DI ‘DI LAME E DI LATTE’ DI MONICA BORETTINI
Parma, 15/04/2025
Colpisce da subito questo titolo fortemente emblematico al pari della citazione in epigrafe riferita ad un essere – il daimon o spirito che spinge l'uomo alla sua vera vocazione- tanto caro a James Hillman, acuto e attento osservatore dell'animo umano. Questo titolo, dicevo, apparentemente e solo in apparenza contradditorio, è a mio avviso, foriero di una sorta di compensazione (la lama pur nel suo bagliore scintillante suscita raccapriccio evocando taglio, divisione, sofferenza, sangue, mentre il latte primo elemento nutrizionale dell'uomo e dei mammiferi, si fa sostanza devozionale: si pensi alla religione cattolica, all' immagine di Maria lactans che allatta al seno il bambino e che contrasta in maniera palese quella della madre cattiva che allatta una serpe in seno. Ricompensa da ferita esperienziale, il latte che sgorga imbianca, purifica, consola, protegge, rincuora.. Gli esempi in tal senso possono essere molteplici.Mi piace partire dall'alchimia (tema caro all'autrice) In alchimia ad esempio il rosso del sangue e il bianco del latte, “sulphur et mercurius” costituiscono “i due torrenti di speciale grazia”: “che duplice colpo , quando ben cotti, oro ti daranno”!. Grazie alla giusta misura dell'equilibrio l'autrice sazia dell'oro bevuto, conduce il lettore che sa di poesia con levità personalissima in un percorso di viandanza che parte dal suo intimo sentire per dipanarsi e dispiegarsi su tempi e luoghi. In questa raccolta poetica troviamo rosso, ferite, passione. Veniamo alla prima poesia: una fedele dichiarazione di intenti. Il Daimon scatenato, rosso di foga di cui Elisa ci parla, prende corpo lasciando intravvedere bellezza, parole, silenzio, amore e sguardi. Desiderio di riscossa. Non a caso Elisa Barbieri è una attenta ricercatrice della bellezza che ci spumeggia attorno senza dimenticare di coinvolgere le sorelle in un progetto di condivisione del bello e degno. Un eterno viandante disposto a lasciarsi stupire ed incantare da stimoli, simboli, voci. In questo suo viaggio contemplativo, gli elementi, il mare, il fiume, i monti, “i tronchi rigati di neve” non sono più solo tali ma lambiscono, dilatano e assurgono a vita che sboccia. Mi è piuttosto eutocico parlare di questo libro: il senso della ricerca ad una maggiore comprensione del sé, di quel qualcosa posto molto in fondo, nel luogo ove regna una solitudine ontologica, è scaturigine piena dell' immagine che crea realtà ed è lo stesso oggetto che muove la mia ricerca personale. Credo fermamente che il dettato poetico svolto con fede e prefessione di Elisa Barbieri sottenda allo svelamento di maschere o fantasmi della memoria, molto spesso criptati da una spessa coltre difficilmente rimovibile. Offrendo un ventaglio di possibilità allusive, esso costituisce un assedio dolce alla banale quotidianità che ci vorrebbe (“noi fiori-vagina da cui escono nuotando neonati”)rinunciatarie, creature fragili, usate, trafitte in nome di doveri molto spesso imposti da chi non capisce l'universo donna. L'aiuto della parola poetica ci viene in soccorso nutrendoci, un latte, precisamente, e sorreggendoci con le sottili sfumature del pensiero anche esoterico. Penso ai versi di Elisa che mi hanno riportato a Charles Baudelaire:
“Allora uscite, andate nel bosco e fate l'amore con gli spiriti. Gemete, ululate e riunitevi per la gioia del mondo”. L'autrice con i suoi versi convincenti è a proprio agio in questo vasto impero di parole estatiche, capaci di facilitare la tratta dall'incanto alla gioia di vivere, dalla speranza al fare.
Questo pellegrinare nella natura, in qualità di “assorbitore armonico umano”, a parlare coi cespugli, stringere patti con gli alberi, leggere messaggi sulle foglie che volano, questo chiamare a sé suoni arcaici, emozioni ancestrali è una corrente continua che tiene insieme immaginazione trasformativa e realtà benigna. Concetti degni di grande rispetto e attenzione. Ogni impulso di intelligenza crea un pensiero ed ogni pensiero è un pezzo di presente nel qui ed ora. Un testo in cui l'autrice “che non sopporta più l'aria viziata, vuole tornare al bosco e alle onde” lancia il suo accorato monito sul pericolo dell'inaridimento delle anime e afferma, dopo “l'ombelico profondo e il polso storto di audeniana memoria” che “contro il male che tutto nega, vive cantando” . Un messaggio bellissimo anche per tutte le sorelle “scrittrici amorose, bombe di pace” da cui ri- partire per ri-partorire una parola nuova, una musica nuova.. Perchè è innegabile che la poesia sia pensiero cantato. Ed io non esito con gioia ad abbracciare questo credo.

