LINGUISTICA DELLA MINDFULNESS
Di ELISA BARBIERI
#01 Definizioni
È difficile definire la Mindfulness, perché dalle definizioni un occidentale si aspetta che esse dicano che cosa è una determinata cosa. Ma tutte le definizioni di Mindfulness si concentrano più sul ‘come’ che non sul ‘cosa’.
Prendiamo la definizione che ne dà Jon Kabat-Zinn, il biologo americano che nel 1979 ha fatto incontrare la saggezza orientale con la scienza occidentale, protocollando il cosiddetto MBSR Mindfulness Based Stress Reduction: “La Mindfulness è la consapevolezza che sorge dal prestare attenzione, intenzionalmente, al momento presente e in modo non giudicante”.
Se ci fermiamo al ‘cosa’, grammaticalmente al predicato nominale, la Mindfulness è consapevolezza, traduzione dall’inglese all’italiano di una parola che in origine è ‘Sati’ in lingua Pali.
Ma quello di consapevolezza è un concetto molto ampio, che deve essere circoscritto per essere meglio compreso.
Altre definizioni scelgono un vocabolo più preciso, come quella del monaco buddista theravada originario dello Sri Lanka Henepola Gunaratana: ‘Un istante di pura attenzione che avviene prima del momento di concettualizzazione di un fenomeno e della sua identificazione. È l’esperienza diretta e immediata di tutto ciò che accade, senza il mezzo del pensiero. Avviene prima del pensiero nel processo percettivo’.
Henepola Gunaratana usa il termine attenzione, che restringe il campo delle interpretazioni a una modalità focalizzata e concentrata della mente. Eppure, ancora una volta, troviamo una definizione ‘in movimento’, che non si sofferma tanto sulla ‘cosa in sé’, ma sul come: la sua breve durata (un istante), il quando del suo manifestarsi (prima della concettualizzazione).
La definizione di Franco Cucchio, fondatore del centro Motus Mundi, gemellato con la Browns University - l’università americana da cui la Mindfulness si è diffusa in tutto il mondo - è la seguente: ‘La consapevolezza è ciò che sta a monte dei pensieri e del pensatore, dell’osservato e dell’osservatore, del percepito e del percipiente. È ciò che permette a tutto ciò di esistere di manifestarsi liberamente, senza che si creino false percezioni, elaborazioni, né giudizi; senza generare resistenze e sofferenze avventizie’.
In questo caso la definizione si sposta su dove si trova questa consapevolezza, sul luogo in cui sorge e, soprattutto, su ciò che permette. La mindfulness, dunque, viene considerata come un vettore, come una condizione che consente una determinata serie di azioni, o meglio, di manifestazioni.
Certamente, nessuna di queste definizioni riesce ad essere chiara per chi si avvicina per la prima volta. Il motivo di ciò è che la Mindfulness è essenzialmente una pratica, un fare del non-fare, e qualsiasi definizione è un tentativo di rielaborazione linguistica di qualcosa che non nasce nel linguaggio, ma nasce ‘a monte dei pensieri e del pensatore’.
Con la Mindfulness è stata resa laica e universale una pratica di consapevolezza che affonda le radici nel buddismo Theravada di India, Sri Lanka, Laos, Cambogia, in quello Mahayana di Cina, Giappone, Corea, Vietnam, in quello Vajrayana di Tibet, Bhutan, Mongolia, Singapore, Taiwan e Malesia. Privata dei riferimenti culturali, liturgici e rituali, alle suddette religioni, la Mindfulness va all’essenza della pratica e si prefigge di diffondere a tutti il dharma, l’insegnamento. Agli albori del fenomeno l’arrivo negli USA, negli anni ’60, di insegnanti asiatici immigrati. Si verifica così un numero crescente di comunità religiose con accesso ai metodi meditativi asiatici: l’Insight Meditation Society, fondata nel 1976 da J. Goldstein, J. Kornfield, S. Salzberg, è ad esempio un rifugio spirituale per tutti coloro che cercano libertà di mente e cuore, nello sviluppare consapevolezza e compassione per una maggiore pace e felicità nel mondo.
Ma la difficoltà del proporre l’insegnamento all’Occidente si riscontra già dal primo momento in cui ci si chiede di cosa si tratti e ci si aspetta di ricevere in cambio una definizione chiara ed esaustiva.
Ed ecco che ci si scontra subito con due eredità culturali diverse. In Occidente, da Platone in poi, la filosofia si occupa dell’essenza, della sostanza, del ‘cosa’.
Ne parla diffusamente il filosofo coreano naturalizzato tedesco Byung-Chul Han ‘Essa (l’essenza ndr) è l’immutabile che insistendo su di sé resiste al cambiamento e in tal modo si differenzia dall’Altro. Il verbo latino substare, da cui deriva substantia, significa tra l’altro ‘tenere testa’(…) Solo chi si trova in una posizione stabile e sicura, chi è saldo sulle proprie gambe, può tenere testa all’Altro. (…) Senza questa autodeterminazione, che rappresenta il tratto fondamentale dell’essenza, non è possibile alcun diverbio’[1]. Byung-Chul Han continua poi a illustrare come per l’Occidente essere significhi risolutezza, continuità e coerenza, citando Leibniz e la sua monadologia, secondo la quale la monade rappresenta il culmine dell’essenza, qualcosa che ‘abita per conto proprio, senza nessun scambio con l’esterno’ e Heidegger come filosofo dell’essenza intesa come stabilità e medesimezza (Selbigkeit).
In Oriente non esiste questa idea dell’essenza come verità immutabile dell’essere, che lo definisce in modo completo ed esaustivo. Quando si parla di esistenza, ad esempio, il pensiero taoista usa molte negazioni: parla di non-essenza, di non abitare (in origine la parola tedesca Wesen, essenza, si riferisce al luogo in cui si dimora).
Parla invece di cambiamento, di vagabondaggio, di nomadismo. Colui che è saggio è visto come un senza dimora. Byung-Chul Han cita il maestro zen giapponese Dōgen: ‘Un monaco zen dovrebbe essere come nubi, senza fissa dimora e come acqua senza sostegno fisso’[2].
E in maniera ancora più chiara spiega che la saggezza orientale è non perseguire intenzioni fisse, ma fondersi con il cammino, che a sua volta non conduce da nessuna parte. ‘Il topos di fondo del pensiero dell’Estremo Oriente non è l’essere, bensì la via (tao), cui manca qualsiasi forma di stabilità dell’essere e dell’essenza capace di lasciar tracce’[3].
Ecco allora la difficoltà del generare definizioni, le quali tendono a cristallizzare l’essenza, a dire una volta per tutte quello che è e che, per fedeltà alla propria essenza, così dovrà rimanere.
‘Il nome crea un qualcuno nel senso enfatico del termine, ma il saggio è senza nome’.[4] Senza nome significa essere liberi di cambiare, di trasformarsi, senza temere di non essere più sé stessi ma, al contrario, nella consapevolezza di essere autentici, proprio perché connessi alla propria verità del momento presente. Citando esempi pop, non può non venire in mente le continue trasformazioni musicali ed estetiche di artisti contraddistinti nel proprio percorso esistenziale da una forte ricerca spirituale, come David Bowie e Franco Battiato.
Potente a questo proposito la poesia di Antonio Prete, con il suo riferimento agli animali, esseri pre-linguistici, liberi corpi in armonia che vivono oltre l’essere nominati:
NOMINAZIONE (Genesi, 2,20-21)
Dare il nome agli animali è finzione
di domestica prossimità, rito
che sigilla un’appartenenza.
Lingua
imposta a chi della lingua fa a meno
perché è libero corpo in armonia.
Del resto, per il gatto il proprio nome
non è più attraente del gomitolo
che si srotola sopra il pavimento.
Per un cane il suo nome è meno forte
del grido che la marmotta rinvia
dalla roccia.
Popolata è la terra
d’animali che non hanno altro nome
che quello della propria specie. Cura
solerte, questa, di naturalisti.
Una rondine vola senza un nome,
la formica, la lucertola, l’ape
nascondono la loro anonimia
sotto il mantello della specie.
Eppure,
dopo tante stagioni, basta il nome
perché sorga la fulva bizzarria
del gatto Rouge, o la sapienza vigile
di Luna, lupa che mi fu compagna
di silenziose intese e di cammini[5].
Interessante, nel titolo, il riferimento alla nominazione degli animali come loro appropriazione da parte dell’uomo a partire dal libro della Genesi (Vecchio Testamento).
Tornando all’argomento iniziale, il fatto che la definizione di Mindfulness appaia insoddisfacente e oscura a chi si approccia ad essa, deriva dal fatto che la sua essenza non è mai identica, in quanto in perenne relazione con l’accadere nel momento, sempre diversa e proprio per questo sempre vera.
La sua verità risiede nella modalità, nel ‘come’. Sono questi i suoi capisaldi imprescindibili: il voler prestare attenzione, ovvero l’intenzionalità, al momento presente, all’esperienza che si vive, con un atteggiamento non giudicante. Quest’ultimo aggettivo ‘non giudicante’ implica a sua volta una serie di atteggiamenti che la pratica stessa richiede di imparare a coltivare, come fiducia, accettazione, pazienza, compassione, lasciar andare, mente del principiante.
La Mindfulness non può essere capita a parole, deve essere praticata. Deve essere praticata a lungo e con costanza per rivelare una modalità di essere nel mondo diversa, più piena e pacifica.
Perché un’altra definizione che ne dà Jon Kabat Zinn è questa: ‘Considera la Mindfulness come una storia d’amore – con la vita, con la realtà e l’immaginazione, con la bellezza del tuo proprio essere, con il tuo cuore, il tuo corpo e la tua mente, e con il mondo.’
Ancora una volta, una definizione che ci porta in un processo, come quello amoroso, fatto di crescite, fermate e diramazioni imprevedibili.
#02 Approcci
La pratica degli studi contemplativi, ai quali la Mindfulness afferisce, consiste di una metodologia integrata, che implica più approcci.
In essa si integrano:
• la “prima persona”, ovvero l’indagine soggettiva della fenomenologia, attraverso tecniche che favoriscono l’auto-osservazione della coscienza, dei suoi contenuti e dei suoi stati. La necessità di ‘credere’ a determinati concetti e dottrine tradizionali e religiose è rimossa, a favore di un approccio empirico all’esperienza della contemplazione.
• la “seconda persona”, ovvero l’attenzione all’intersoggettività, una dimensione dialogica e narrativa, che si fonda sulla condivisione e sull’indagine collaborativa
• la “terza persona”, ovvero la ricerca nelle discipline umanistiche e scientifiche delle basi storico-culturali, filosofiche, psicologiche e neuroscientifiche dell’esperienza contemplativa.
Nella sua diffusione in Occidente, la Mindfulness ha enfatizzato moltissimo la metodologia in prima persona, un po’ meno quella in seconda persona e ancora meno quella in terza persona. All’interno della terza persona, poi, a sua volta, è stata data molta importanza alle tradizioni orientali - forse come effetto collaterale dell'orientalismo e della romanticizzazione New Age -, tralasciando l’antica tradizione di saggezza occidentale, che spazia dai testi e dagli esercizi filosofici stoici, alle pratiche contemplative cristiane, alle raccolte di testi spirituali ortodossi dell’esicasmo e a quelli islamici sufi.
In generale, è l’intero campo delle discipline umanistiche ad essere trascurato.
Lo studioso di tradizioni contemplative e professore dell’Università di Madrid Aguirre de Cárcer Girón scrive ‘Un altro difetto di questo paradigma è che le neuroscienze e le applicazioni cliniche della pratica contemplativa sono privilegiate nella ricerca, ponendo implicitamente le discipline umanistiche e le arti creative in una categoria inferiore’.
Il contesto è variegato, complesso e assai delicato: occorre attenzione nel ricontestualizzare le pratiche dal religioso al secolare. Si tratta di un processo nel quale inevitabilmente qualcosa si perde, qualcosa si trasforma, in modo spesso problematico.
#03 Declinazione poetica
Eppure, mossa da un’intenzione di onestà intellettuale, riconoscendo la finitezza della mia conoscenza e allo stesso tempo la sincerità della mia ricerca, ciò che propongo è una pratica in prima e seconda persona che si integri con uno studio di fonti in terza persona che attingono al linguaggio della poesia.
Quale poesia, di quali poeti?
I testi che introduco nella pratica sono volutamente testi non sacri, in quanto non appartenenti a nessuna tradizione religiosa in particolare. Sono testi di poetesse e poeti dell’epoca moderna e contemporanea che hanno molto indagato la dimensione spirituale dell’esistenza, cercando di coltivare quegli stessi atteggiamenti che creano l’ambiente mentale basilare per la pratica - atteggiamenti di apertura, fiducia, accettazione, pazienza, compassione, lasciar andare, meraviglia.
In questo modo, penso, credo e spero di accompagnare l’imprescindibile esperienza individuale pratica e diretta, che, come disse Franco Battiato non è delegabile, non si eredita e non ci compra- con la forma più estetica e artistica di linguaggio, ossia la parola poetica.
James Hillmann, grandissimo erede di Jung, raffinato conoscitore di secoli di arti e letterature, affermò che ‘l’anima nasce nella bellezza e di bellezza si nutre, ne ha bisogno per vivere’.
Con questo Hillmann sostiene che il linguaggio delle immagini (per esteso, dell’arte) è il linguaggio dell’anima, che contiene dunque le parole in grado di curarla.
Attraverso le parole, la loro scelta accurata, si può avviare la terapia delle idee di cui la nostra società ha bisogno, perché nella maggioranza dei casi il malessere percepito non è tanto causato da patologie individuali quanto da condizioni sistemiche insalubri.

