NEL GIARDINO DI ACQUAVIVA

Di ELISA BARBIERI

Leggere la poesia di Franco Acquaviva è entrare in un giardino, dove insieme ai fiori e alle piante, si prova a coltivare qualcosa di nuovo, su scala microscopica. Si va incontro a una ‘crescita invisibile’, come suggerisce il titolo della raccolta.

Di quali crescite invisibili ci parla Franco Acquaviva, con la sua poesia che, come una miniatura, dipinge e racconta una storia in ogni componimento?

Le crescite invisibili possono essere le crescite interiori, innescate dall’ascolto vertiginoso dell’eco degli antichi interrogativi filosofici: il mistero dell’essere (per risolvere l’enigma / del mio essere qui), della verità o illusione della realtà (ho sentito il presente tremare / e la realtà imprigionata / nella finestra sfumare), il ridimensionamento e il senso del limite  (realizzare che capocchia di spillo /  sia la terra vista da 6 miliardi di chilometri), la comprensione dell’essenza umana (finora sei restato alle cose / che fanno possesso, /poi volgi lo sguardo / al cielo e tutto ti cade di mano), il mistero del tempo (il silenzio è dato dal tempo / di tutti gli orologi senza suono).

Nella stessa proporzione in cui, in un giardino di inizio primavera, sta il verde in relazione ai boccioli, sul tappeto curato e limpido della poetica naturale e filosofica di Franco Acquaviva irrompe in evidente contrasto la mostruosità umana  (nidi di occhiaie, / occhi cuciti dentro le palpebre / … / sulle macerie dei vol).

Si trova in questa raccolta un lessico da giardiniere e botanico. Erica, salvia, rosmarino, rododendro, tiglio, ortensia, bucaneve. Ogni vegetale viene nominato con precisione, sulla scia della scientificità delle ‘Scritture vegetali’ di Pier Luigi Bacchini, lontano da un altro cantore della natura come Antonio Prete, che nella sua ultima ‘Convito delle stagioni’ ravvede nella tassonomia un insufficiente tentativo gnoseologico (e, in fondo, possessivo) dell’uomo sulla natura.

Nel suo legame con la natura, o meglio nel suo vivere il suo essere-natura, Franco Acquaviva coltiva un dialogo che supera la superficialità della nominazione per arrivare a parlare con il gelsomino, a guardare e a sentirsi guardato, fino a essere così intimamente in-natura, da sentirsi responsabile dell’incidentale uccisione di un iris solitario risucchiato dal decespugliatore.

Dalla consapevolezza della reciprocità dello sguardo all’immedesimazione nell’altro (a chiedersi contestualmente ‘chi è io’ e ‘chi è altro’) il passo è brevissimo.

È così che nella sezione “A soli e animali“ la rivoluzione ecologica cantata da Franco Acquaviva si mostra nascondendosi, in dialoghi senza parole, gesti e moti di sensibilità taciute. In “Volpe“ l’uomo è estraneo all’animale: ecco che si ribalta la prospettiva della piramide che nel Rinascimento mise in cima alle specie viventi l’uomo, così come superiore è l’asino che sta “muto nella contemplazione“.

Illustrazione della grande catena dell'Essere (da Diego Valades, Rhetorica Christiana, 1579)

L’ecologismo di Franco Acquaviva non è un attivismo in senso classico, è piuttosto un attivismo interiore (come illumina il titolo della poesia “Manovra interna“), che nasce dal silenzio e dall’esperienza meditativa, con le sue sfide e i suoi premi sempre sfuggenti.

A questa esperienza pare essere dedicata l’intera ultima sezione, che inizia con questi versi: “Basta dimenticare / lo sguardo di volontà / basta restare fermi“. Questi versi incitano a raccogliersi nell’immobilità per cambiare sguardo, per passare dal controllo a una semplice presenza che si lascia “sorvolare dalle scie / dai voli dai richiami“. Una meditazione informale che non è sempre quella letterale dello stare fermi, ma si allarga al più ampio prospetto contemplativo, fatto di osservazione diretta della realtà con sguardo attento e pronto alla meraviglia, seguendo l’’anafora l’imperativa di “andare fuori a vedere” qualsiasi cosa succeda, per conoscere, per incontrare, per cercare, per custodire (‘casomai il fanale abbia preso fuoco’).


A portarmi un’intuizione particolare è “Visite“, una poesia che evoca la visita a un cimitero, non per salutare i propri cari ma tutta “la comunità degli spenti“. Un verso folgora: “vengo a salutare la comunità / degli spenti, con foto / di porcellana in cornici d’ottone / e altre cornici vuote / come quando eravamo ancora vivi“).

Questo essere al tempo imperfetto alla prima persona plurale parla di relazioni che continuano oltre la morte ma, soprattutto di identità che cambiano a causa della morte. Chi resta dopo la morte di una persona cara cambia profondamente. È vivo, sì, ma in modo diverso. Chi resta rimane diversamente vivo, perché la mancanza è così costitutiva dell’essere che in quell’essere mancante si ridefinisce l’identità. Se l’essere è in relazione, la separazione, in quanto mancanza di relazione, trasforma l’essere. ‘Quando eravamo ancora vivi’, era un tempo diverso, in cui viva era la parte del superstite divenuta poi mancante. Ecco che giunge in soccorso la parola: “faccio con le parole nel mio lago / ripassare le cose che ho perduto“.

Qui la letteratura, come scrisse Ezio Raimondi, assurge alla sua vocazione esistenziale e alla sua funzione di trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’umano.


E mi mostri quella parte di cielo

dove la luna è così grande

che le case non sono più reali,

così grande che sembra più vicina

del mondo che attraversiamo in sandali

(ancora dediti alla nudità del piede),

più vicina di ogni cosa e familiare

così la costa del lago medita

come sotto un influsso e levita.

I piedi nudi ora posano sull'erba

e le vite degli uomini sono

colline, piccole luci, densa ombra.

Franco Acquaviva, Cresciti invisibili

Kolibris Edizioni, Ferrara 2025


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