ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI DISTURBO?
Di ELISA BARBIERI
Vorrei condividere una riflessione che borbotta in me da tempo.
Vedo nei social, nella comunicazione in generale, nei media, un crescere di immagini violente, sempre più forti. E vedo che a proporle sono anche associazioni ambientaliste, enti culturali, organizzazioni, attivisti e altri soggetti il cui intento è nobile: smuovere le coscienze, non far voltare la testa dall’altra parte, obbligare a guardare il male che accade ovunque nel mondo, sotto forma di guerre, catastrofi naturali, povertà, ingiustizia.
Per quanto il fine sia lodevole, io non condivido questo mezzo. Anzi, penso che possa essere controproducente.
Tanti post iniziano con una frase come: «Se non ti disturba questa immagine, allora…».
Come a voler instillare un senso di colpa rispetto al modo in cui scegliamo di stare di fronte a ciò che accade nel mondo, nel caso in cui volessimo limitare l’esposizione continua a notizie allarmanti.
Ma questo verbo è veramente significativo: disturbare.
Tutte queste immagini vogliono disturbare.
E dietro questo intento di disturbare, che idea di umanità c’è?
C’è un’idea di un’umanità indifferente, egoista, ignara.
Si parte dal presupposto che ci sia un totale disinteresse, una totale ignoranza e che, nella lotta per l’attenzione delle persone, più violenta sarà l’immagine, più si otterrà attenzione.
Si otterrà, quindi, tanto disturbo.
Ma cosa ce ne faremo, poi, di tutto questo disturbo?
Penso che il consumo crescente di droghe, anche di droghe devastanti, da parte dei giovani, denunci l’impossibilità di fare i conti con la complessità del nostro mondo, ma soprattutto con la violenza del nostro mondo.
Il paradiso è perduto, il patto sacro con la natura infranto. Ciò che rimane sono solo i paradisi artificiali - sembrano dire le statistiche sul consumo giovanile di droga.
Anche quando il mondo reale, la situazione concreta nella quale viviamo, può essere buona.
Possiamo vivere in una casa dignitosa. Possiamo avere un lavoro che ci sostenta. Possiamo usufruire di educazione gratuita, servizi pubblici, andare in vacanza una o più volte l’anno. Possiamo avere nel frigorifero quello che ci serve da mangiare e da bere.
Eppure, nonostante questo, le immagini delle catastrofi entrano in qualsiasi momento nella nostra vita attraverso i media e i social.
Questo non può non avere un impatto sulla nostra salute.
Io non penso che le persone siano intrinsecamente cattive. Al contrario, penso che siano intrinsecamente buone, che ci sia una parte di buono in ciascuno di noi e che la cattiveria sia spesso il frutto di una sofferenza non attraversata, di un’educazione sbagliata, di altre cause ambientali che non sono state gestite con cura e con amore dalla persona direttamente interessata e da chi le sta vicino.
Talvolta cado nella trappola di sentirmi in colpa per non amplificare la narrazione della violenza.
Quello che faccio nel comunicare è cercare di proporre un’alternativa.
Un’alternativa di ecologia della mente.
Immagini di pace.
Parole di bellezza.
Inviti a restare nel qui e ora. A osservare.
A non fuggire. A provare a restare.
A provare a cambiare ciò che si può cambiare, nel piccolo di ciascuno di noi.
E questo non penso sia menefreghismo.
Penso sia, innanzitutto, riconoscimento del limite.
Non possiamo salvare il mondo. E non lo salveremo di certo facendoci carico di tutta la rappresentazione della violenza che ci circonda.
Anzi, in questo modo, rischiamo di andare alla deriva noi per primi. E con noi le persone che ci stanno vicino, che hanno bisogno di noi, del nostro aiuto, della nostra presenza.
Possiamo fare spazio nel cuore all’accoglienza del dolore.
Ma questa apertura sarà controproducente se a fianco non faremo spazio anche alla fiducia e alla speranza.
Innanzitutto, possiamo parlare di ciò che accade: condividere è il modo migliore per alleviare il dolore, perché tutto diventa più sopportabile se non ci si sente soli.
Condividere, non accusare gli altri, magari singoli cittadini, persone come noi, a cui non possiamo imputare le cause di una disastro ambientali frutto di una complessa concatenazione di fattori storici, politici, economici.
E poi ascoltiamo il richiamo della natura ad incontrarla.
Per quanto spesso le sue tempeste ci colpiscano e ci sconvolgano, le sue manifestazioni pacifiche sono sempre presenti. Camminare in un bosco, lungo un argine, osservare gli animali, gli alberi, immergerci nel mare… tutto questo ci porta un inspiegabile senso di pace.
Un messaggio senza parole ma potente, che sembra dirci che tutto quello che la nostra mente partorisce è spaventoso ma c’è qualcosa di grande e armonico che aspetta di essere trovato.

